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LO BACCANALE DE VENANZIO: racconto di un Baccanale che non c’è

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“Lo Baccanale de Venanzio”: il racconto scritto da Sabina della Contrada del Saiettone

«Gesua’ ma com’è che ancora nun l’hanno mpiccati li gonfaloni?»
«Vena’ quest’anno nun ce sta lo baccanale, perché c’è lo coronaviruse!».

Venanzio, scettico, fa cenno col capo di aver capito, rientra dal balconcino, va in cucina, prende due tazzine di caffè, una per sé e una per Gesualda, e le porta nel saloncino; poi riesce sulla loggetta, guarda stupito e sentenzia:

«Quest’anno so’ ritardatari, Gesua’, le bandiere qui a lo corso ancora nun l’hanno ‘mpiccate!»
«Vena’ te l’ho detto, quest’anno nun c’è lo baccanale c’è lo coronaviruse!».

Sono un’istituzione Gesualda e Venanzio, come tante altre coppie di anziani di Campagnano, con quell’appartamentino affacciato sul Corso, due finestre e un balconcino da dove tutti gli anni in primavera si godono il mercato del 25 aprile e poi la sfilata e il palio del Baccanale.

«Dio manda il freddo secondo i panni» si dice. Beh, stanno insieme da così tanto tempo, Venanzio e Gesualda, che il buon Dio deve aver preso a considerarli come una cosa sola, perché a Venanzio, 85 anni di contadino, ha lasciato il corpo, quello tozzo, muscoloso, con le grandi mani piene di rughe, calli e cicatrici di chi ha fatto della terra la sua vita, e a Gesualda, 80 anni di casalinga e sartina, col cuore ballerino e il deambulatore per aiutarsi nei movimenti, la mente. In due ne fanno uno, e più o meno vanno avanti, in quella parte della vita che è tutta un tornare indietro e in cui figli e nipoti, troppo lontani e troppo occupati, possono aiutare solo saltuariamente. Coccolati dal calore del paese, quello che una grande città si scorda, Gesualda e Venanzio riescono però comunque a non mancare di nulla anche in questo periodo strano, che ha fatto di tanti altri “vecchi” delle vite a perdere, poco più che numeri. I volontari portano loro la spesa, le medicine e una parola e un sorriso, anche se schermati dalla mascherina.

«Ah beh quest’anno me lo vojo proprio gode lo baccanale, che l’artra vorta è venuta giù l’ira de Dio de acqua e faceva ‘n freddo cane, nun m’é passato manco pe’ l’anticamera de lo cervello de mette piede lì alla loggia. Ma quest’anno no eh! Quest’anno c’ha da esse lo sole, lo sento dentro all’ossa che nun me doleno pe’ gnente. È sicuro!» Esce di nuovo sul balconcino. «Quest’anno sai che vojo fa’, Gesua’? Quelli belli passeretti che giocheno co’ le bandiere, quanno che le tirano qua pe’ sopra una me la ‘nguatto e ce la tenemo! La vojo pia’ ar volo e vojo proprio vede che facce fanno – ride – ma poi je la ridò eh? Quest’anno me l’ho proprio da gode sto lo Baccanale, eh sì».

Gesualda assentisce in silenzio, non se la sente di togliere un sogno a quel suo Amore tornato bambino, che si diverte col suono della banda, col volteggiare delle bandiere, coi colori e col frusciare dei velluti dei costumi rinascimentali sul bruciore, steso lungo il Corso per far correre i somari, con la voce dello speaker che gracchia dagli altoparlanti della Proloco distribuiti lungo la via, con le grida di incitamento ai fantini e agli asini e con i festeggiamenti sfrenati della contrada che si porta via il palio. Perché lo aspetta anche lei, ogni anno, quel giorno. Anche se le gambe, un tempo agili e forti, ora non la reggono più e il suo cuore non può permettersi le corse a perdifiato a Baccano o nella Valle del Sorbo come quando erano ragazzi, quel giorno può ancora godersi il suo paese, le sue tradizioni, i suoi colori e la sua gente, che è tutta lì sotto, accalcata in quella striscia di strada che lei domina dall’alto come una regina. E quando pensa di aver visto un volto noto, può spettegolare con la vicina, anziana anche più di lei, affacciata alla finestra a fianco: «Rossè ma quello munello è lo fio de xxx? Me pare esso, la muciarola é quella… aho è venuto un gran bello fio eh??», e della conoscente tutta in tiro che esce trionfante dalla gelateria con un cono di dimensioni improbabili: «Ma mo quessa che s’è messa addosso? Manco si eva da ‘n’ dietro alla fia pe’ fa’ la sbraccettata de San Giuvanni!»

«Ma voi vede che li ‘mpiccheno dumani Gesua’ – ricomincia Venanzio – li munelli de oggi so’ nati comodini, fanno sempre tutto all’urtimo menuto»
«Sì Vena’, senza meno domani».

E dentro di sé spera che il buon Dio, quello che manda il freddo secondo i panni, decida di tenerli insieme al calduccio nel loro appartamentino ancora un po’, magari ancora un anno, magari per godersi il prossimo Baccanale.

Da un’idea di Roberto Sensolini
Scritto da Sabina Z.
Consulto linguistico dialettale: Valentina Simoni

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