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La vita straordinaria di Dino Comandini, cittadino campagnanese, ex I.M.I. – (ex Internati Militari Italiani)

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IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA, 27 Gennaio 2020, presentiamo la vita di Dino Comandini

da un’idea di Dionisio Moretti

“Internati Militari Italiani”  (I.M.I.) è la definizione attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’Armistizio dell’Italia, l’8 settembre 1943.

I militari italiani che non accettarono di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco furono inviati in campi di detenzione in Germania.

I 600.000 Internati Militari Italiani non furono i soli italiani a popolare i campi di concentramento e di lavoro nazisti. La condizione peggiore fu riservata agli 8.564 deportati per motivi razziali (quasi tutti ebrei), che furono condotti a morire ad Auschwitz, e di cui solo piccola parte fu selezionata per il lavoro coatto (ne moriranno 7.555, quasi il 90%). Ad essi si aggiungono almeno altri 23.826 deportati politici italiani (22.204 uomini e 1.514 donne) che non erano condotti direttamente nelle camere a gas, ma erano condannati a morire di sfinimento attraverso le durissime condizioni di lavoro (ne morranno 10.129, circa la metà).


Dino Comandini

LA NASCITA E LA FAMIGLIA
Dino Comandini

Foto di Famiglia. Si riconoscono Antonio e Amalia Comandini, la Nonna e una cuginetta

Figlio di Antonio Comandini (1890 – 1930) e di Amalia Gentili (1893 – 1970), Dino Comandini nasce a Campagnano di Roma in Via San Giovanni 53, il 13 Novembre del 1923.

Frequenta saltuariamente la Scuola Elementare, al piano terra, “dietro al Comune” ma Dino, “solo quando piove”. I suoi insegnanti sono il maestro Neri, “che ce pistava de bòtte” con il bastone che dovevano portargli gli alunni e il maestro Abbate che “ce pistava de bòtte” come il maestro Neri.

Della scuola ricorda la “Sora Rina”, un brava maestra che però vide poco. Fra Dino e la scuola c’era Filippo, il suo fratellino più piccolo di circa sei anni che doveva accudire quando sua madre si recava al lavoro nei campi, tranne in caso di pioggia. Se pioveva lei restava in casa. Accertatasi del maltempo, lo chiamava:

Dino, preparete, stamattina piove, oggi vai a scola!”

IL LAVORO
Dino Comandini

Dino e Lidia sposi (21/09/1951)

Intorno a dieci anni è preso a lavorare con i pecorari. Si sveglia alle due di notte e va nelle terre dei Sili, verso Il Pavone. Si presenta dal vergaro, un certo Alfredo che gli affida gli incarichi della giornata. Lavora fino a sera inoltrata e porta a casa un piccolo stipendio mensile; rimedia anche del pane. Sua madre ha bisogno del suo aiuto per tirare avanti. Suo padre è morto già da quattro anni, il fratellino Filippo è piccolo e tocca a lui fare l’uomo di casa.

Anche Lidia Massacci, sua futura moglie, all’età di 13 anni, comincia a lavorare. Si reca a Martignano, a piedi, e al tramonto, finita la giornata, torna a casa, sempre piedi.

All’inizio degli anni ’40 Dino frequenta i corsi ginnici organizzati dalla Gioventù Italiana. In paese si sa sì della guerra ma in modo molto superficiale. All’edicola della Sora Regina arrivano due o tre copie di giornali ma la maggior parte della popolazione li ignora. La guerra sembra lontana.

A diciotto anni “passa i tre giorni” alla caserma Macao e viene ritenuto puntualmente idoneo al servizio militare. Torna a Campagnano e riprende la vita di sempre.

LA GUERRA

Ma un gelido mattino del Dicembre 1942 un carabiniere bussa alla sua porta e gli consegna una lettera di chiamata alle armi: 7° Reggimento Lancieri di Milano!

Il 19 Aprile del 1943 parte per il fronte greco. La parola d’ordine è: “spezzare le reni ai greci!”

L’8 Settembre riceve la notizia dell’Armistizio. Il 9 Settembre, mentre è diretto verso Atene, il suo plotone è circondato e disarmato dai tedeschi. I giorni successivi lui e i suoi compagni sono fatti salire ammassati su di un treno che viaggerà per giorni e giorni: direzione Germania.

IL LAGER 

Trier – Germania, ottobre 1943.

Il campo è protetto da militari armati di mitra e da una recinzione alta due metri. Si vive all’aperto, si dorme all’aperto, si muore all’aperto.

Mi viene assegnata una maglietta, un pantalone di tela, un paio di zoccoli e al posto del mio nome un numero: 6666!

Dino Comandini

A scuola se piove di Angelo Gregori

E’ scritto così: sechstausendsechshundertsechsundesechzig! E’ il suo nuovo nome ma non riesce a pronunciarlo.

Lager di Friedrichsthal, ottobre 1943 – marzo 1945.

Doppio recinto di filo spinato attraversato da corrente elettrica ad alta tensione; torrette servite da mitragliatrici; palo al centro del piazzale per torturare i prigionieri. Intorno baracche prive di finestre e di energia elettrica.

STEFANO, L’AMICO FRATERNO

Nel maggio del 1944 conosce Stefano, prigioniero alpino, del Trentino, classe 1922. Stefano ama gli animali come le persone. Soffre delle loro sofferenze e dei loro maltrattamenti. Diventano amici inseparabili.

Dino e Lidia a Castel Sant’Angelo

Il giorno seguente riunione sul piazzale: da domani si lavora in miniera, a ottocento metri di profondità. Il rifiuto non è contemplato. Alle sei del mattino l’urlo della sirena dà avvio alle fatiche. Di tanto in tanto si può bere ma solo se autorizzati dal caposquadra. Il lavoro in miniera è massacrante, vuoi per la carenza di cibo e di cure mediche, vuoi per i quotidiani maltrattamenti dei guardiani e dei militati tedeschi.

Passano i mesi. Stefano, il suo amico fraterno, sta cambiando. E’ triste anche se premuroso: qualcosa dentro di lui si è spezzata. Un terribile giorno, mentre stanno risalendo sull’ascensore, Stefano abbraccia Dino con le poche forze rimaste poi si getta dall’ascensore precipitando per centinaia di metri. Sono trascorsi quasi ottanta anni: Dino ogni volta che pensa a Stefano, non contiene le lacrime.

LO STERMINIO DEI PRIGIONIERI DEL LAGER
Dino Comandini

Dino Comandini – Luglio 1945

Siamo nel Marzo del 1945. I nazisti radunano i prigionieri e gli fanno lasciare il Campo. Dopo ore e ore di cammino li raccolgono in una vallata. Dino e pochi altri sono in ritardo. Mentre stanno per affacciarsi per raggiungere gli altri, improvvisamente nella valle sentono risuonare gli spari delle mitragliatrici e le grida disperate dei prigionieri. Dino e i compagni si buttano al riparo sul fianco della strada e, col favore della notte, attendono.

LIBERI! “

Il giorno seguente lo scenario della strage è straziante. E’il 19 marzo. Si sente sulla strada il rullio dei carri armati. Non sono tedeschi, sono americani! Dino e i superstiti sono liberi.

LA BIOGRAFIA

Finita la guerra, tornato a casa, Dino riprende a lavorare. S’iscrive al Partito Comunista.

Nel 1951, il 21 Settembre, sposa Lidia Massacci, anche lei nata a Campagnano di Roma il 19 Settembre 1929. Vanno a vivere a Via Guglielmo Marconi, n. 2. Dalla loro unione nasceranno due figli: Amalia e Antonio Comandini.

Dino è eletto Presidente dell’Università Agraria.

Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Sez. di Campagnano di Roma per un quarantennio.

E’ Assessore Comunale ai lavori pubblici tra il 1964 e 1970, con Delega del Sindaco Giuseppe Marchetti.


Perchè abbiamo voluto scrivere questo articolo?

Rispondo con le parole di Angelo Gregori, figlio di Arturo Gregori, campagnanese, anch’esso ex IMI:

Per evitare di dimenticare storie che invece vanno tenute in vita, per essere riconoscenti, noi e le generazioni che verranno, a questi nostri concittadini che hanno versato un tremendo tributo di dolore”.

Dino Comandini, ex Militare Italiano, condannato a lavorare come uno schiavo in una miniera del Terzo Reich, contro ogni elementare principio di umanità e contravvenendo agli accordi internazionali della Convenzione di Ginevra, ha dedicato il suo libro di memorie dal lager, scritto da Angelo Gregori, A scuola se piove, SBC Edizioni, 2013, al figlio Antonio, al suo amico fraterno Stefano, ai reduci campagnanesi della A.N.C.R., ai suoi concittadini. Un saluto particolare lo ha espresso per Giovani, ai quali

auguro una vita felice e un avvenire di pace, nella speranza che migliorino il mondo”.


Due chiacchiere tra Dionisio Moretti e Dino Comandini

DIONISIO: “Dino, cos’altro ricordi dei decenni passati?” –  ho domandato a Dino per preparare questo articolo.

E lui mi ha risposto:

DINO: “Eravamo poveri ma, forse proprio per questo, a quei tempi, se c’evi ‘na’ mollica de pane, te la dividevi!”

 DIONISIO:  “E poi che altro? Come hai conosciuto tua moglie Lidia?”

 DINO: Da Martignano, dove si coltivava il tabacco, avevo attrezzato una barozza per trasportare una perticara a Campagnano. Sul tragitto incontro una decina di ragazze appiedate dirette al paese. Una di loro, Delfa, mi chiede se posso dare un passaggio a Lidia che ha un dolore al piede. Lidia sale sul carro. Sia io che lei restiamo zitti, ma senza imbarazzo: semplicemente non abbiamo niente da dirci. Si sta bene anche così, in silenzio. I buoi camminano lenti. Alle porte del paese mi rivolgo a Lidia: “Come te va er piede, Lidia?” – “Mo va un po’ mejo, Dino”. “Come te sei fatta male, Lidia?” – “’Na storta, Dino, ho messo male er piede”. Poi un po’ di rossore, una tenera occhiata, un vezzo ai capelli. Ci rivediamo nei giorni e negli anni che seguiranno.

L’amore è un sentimento semplice e grande, non ha bisogno di fronzoli, può nascere ovunque, anche su una barozza di campagna.

 

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